Lo scudo di Achille e l’artigiano digitale

Gianluca Mazza Comunicazione Digitale, Gestione Digitale 27 luglio 2015 Leave a reply

Efesto che fabbrica lo scudo di Achille.
E’ questa l’immagine più potente e suggestiva che mi affiora alla mente quando penso all’artigiano.
Efesto che, con l’aiuto degli automi che lui stesso ha creato, si mette al lavoro nella sua fucina.
Teti, dea del mare e sua madre adottiva dopo che Era l’ha gettato, appena nato, giù dall’Olimpo, gli chiede di forgiare delle nuove armi per suo figlio Achille.
Lo trova nella sua fucina (e dove altro possiamo trovare un artigiano a qualsiasi ora lo andiamo a cercare?) tutto sudato tra i mantici che soffiano e intento a terminare niente meno che dei tripodi automatici a rotelle. Efesto è affezzionato alla dea e risponde così:

Ti riconforta, o Teti, e questa cura
Non ti gravi il pensier. Così potessi
Alla morte il celar quando la Parca
Sul capo gli starà, com’io di belle
Armi fornito manderollo, e tali
Che al vederle ogni sguardo ne stupisca”.

E si mette subito al lavoro. Non vuole solo creare delle armi invincibili ma vuole che siano stupende.
Se avete abbastanza curiosità e pazienza potete anche leggere l‘intera vicenda qui:
https://it.wikisource.org/wiki/Iliade/Libro_XVIII

C’è un invisibile e misterioso legame tra efficienza tecnica e bellezza. Attraverso un divino lavoro di cesellatura, intaglio, laminatura, levigatura, Efesto crea lo scudo che è inscindibilmente un artefatto della massima perfezione tecnica e una sublime opera d’arte.
Quanto mi piacerebbe ammirarlo e a volte immagino che prima o poi, da qualche parte nel mondo, ci sarà un “maker” che riuscirà oggi a realizzarlo.
Di fronte a un opera così è naturale chiedersi dove finisce la sapiente maestria artigiana e dove inizia il genio dell’artista.

In effetti la parola “artigiano” ha la stessa radice di artista, artefice e arte e dall’antichità fino al medioevo non c’era differenza tra artigiano e artista. I Greci indicavano col termine “Téchne” sia l’arte che la tecnologia e hanno creato il mito di Efesto l’artigiano-artista.
E’ col Rinascimento che la figura dell’artista acquisisce uno spessore intellettuale si differenza dal saper fare dell’artigiano. L’artista esce dalla bottega e lavora a corte, dove incontra poeti, scrittori, filosofi, matematici e intellettuali del tempo.
E’ qui che le strade si dividono: architetti, pittori, scultori da una parte. Tessitori, falegnami, fabbri, carpentieri, vetrai vasai e così via dall’altra.
All’artista viene riconosciuta la capacità di pensiero astratto, di visione, di connettersi con la parte profonda dell’universo, della natura e dell’uomo, esplorarla e restituirne l’esperienza sotto forma di “opera d’arte”.
Dall’artigiano invece ci si aspetta la capacità di elevare, al massimo della sua potenzialità, l’abilità di fare, la competenza tecnica, ricercando la perfezione nell’oggetto e creando il “capolavoro”.
Diciamo che, dopo il Rinascimento, l’artigiano realizza a regola d’arte una sedia, mentre l’artista crea una “metafora del mondo che silenzioso e servo si è ridotto a comodo sostegno del nostro ego”.
Da allora, per secoli, l’artista e l’artigiano evolvono, cambiano si trasformano ma continuano su percorsi differenti e distinti.
La tecnologia ha portato enormi innovazioni nell’attività artigiana arrivando talvolta a ridimensionare notevolmente la manualità, l’opera diretta dell’uomo mediandola attraverso macchinari e tecnologie.
E così dal dopoguerra in poi l’artigiano ha cullato il sogno della “fabbrichetta” cioè di poter industrializzare la propria attività per produrre produrre sempre più pezzi a prezzi più convenienti. Questo era il mantra.
Nasce un sottobosco intricato di aziendine artigiane attorno ai massicci tronchi delle grandi aziende italiane “di stampo fordista” di cui la Fiat era l’emblema.
Un frenetico brulicare di attività, che il boom del consumismo ha è sempre più spinto verso materie prime di minor qualità, manodopera meno competente, ma più a buon mercato. La domanda tirava la gente voleva sempre più cose, meglio se spendendo poco, perché così se ne potevano comprare di nuove. La “fabbrichetta” era tutta concentrata a produrre mentre a vendere ci pensavano altri, agenti, distributori, esportatori, ma dopotutto chissenefregava … gli ordini arrivavano e si faceva addirittura fatica a stargli dietro.
E poi c’era acnhe l’effetto “Made in Italy” che attirava e trasportava in Italia desideri e invidie di mezzo mondo, affiancando alle vendite sul mercato interno una succulenta fetta di export.
Poi arrivano gli anni della globalizzazione e dell’euro e le cose iniziano a cambiare.
I nostri artigiani scoprono che ci sono altri paesi che possono produrre di tutto, molto di più e a prezzi molto, ma molto, più bassi. La concorrenza diventa globale e i clienti si spostano, cambiano, scelgono. Tradotto bisogna cominciare ad acchiapparli uno ad uno. E a non farseli scappare. In Europa c’è la stessa moneta e non è più possibile il vecchio giochetto di svalutare la lira e, a peggiorare le cose, una fetta sempre maggiore del nostro paese si impoverisce e anche il mercato interno annaspa.
Nel frattempo sono passate alcune generazioni e in molto casi il “saper fare” artigiano si è diluito, annacquato, sbiadito, disperso, polverizzato è evaporato.
Anche il “Made in Italy” limitato a spot pubblicitario e non la comunicazione di una identità e cultura, quella delle tradizioni artigiane italiane, che affonda le sue radici ben più in là del Rinascimento e del Medioevo, perde appeal e efficacia.
Di fronte a questa situazione c’è chi si ostina a cercare di essere più “cinese dei cinesi” (sempre meno per la verità perché molti di questi hanno già chiuso), c’è chi si allea con i cinesi (per la serie se non puoi combatterli unisciti a loro) e chi, fortunatamente, capisce di puntare sulla nicchia, sull’export e sul “valore”.
Una cosa sola rimane in comune: la poca familiarità con il mercato. L’artigiano italiano ha sempre pensato a produrre, a realizzare, è innamorato del proprio prodotto che conosce fin nei minimi particolari (quante volte ho sentito dire da un artigiano che non capisce perché i clienti non comprino i suoi prodotti che sono così belli…) ma è in difficoltà se gli parli di mercato, clienti, marketing. A vendere ci hanno sempre pensato altri. Lui, l’artigiano, è troppo impegnato a creare.
Mentre l’artigiano cerca di capire cosa e come fare, il mondo corre e cambia e arriva la rivoluzione digitale.
Montante sinistro, diretto destro ed eccolo lì, con il respiro affannoso e gli occhi sbarrati, a fissare il soffitto, il corpo pesante e dolorante che rifiuta di alzarsi.
Uno, due, tre
rimanere lì distesi, arrenderci, rassegnarci?
quattro, cinque
giù, stai giù, si sente dire,
sei, sette, otto …
oppure … oppure non cedere, resistere, combattere …
nove
afferrare le corde del ring e rimettersi, con faticosa ostinazione, in piedi.
Come Rocky Balboa al tredicesimo round, dopo l’ennesima grandinata di colpi di Apollo Creed.
Ricordate?
Lui a terra, voci angosciate che gli gridano “alzati coraggio alzati”.
Il suo coach Mickey che urla “giù stai giù!”.
E lui che si attacca alle corde, come alla vita, e con uno sforzo doloroso e disumano si rialza.

Sono quattro le corde cui attaccarsi per rialzarsi e riprendere a combattere.

La prima corda: riscoprire la propria originale identità.
Ogni azienda ha una sua storia fatta di persone, incontri, coincidenze, intuizioni, vittorie, sconfitte, invenzioni, innovazioni, prodotti. Ripercorrere questa storia (rispolverando oggetti e documenti, immagini, intervistando persone) per scoprire ciò che l’ha resa unica e originale è un passaggio importante per riscoprire la propria ragion d’essere e ridisegnare la propria presenza sul mercato.
Capire come oggi poter continuare a costruire questa storia, a darle seguito.

La seconda corda: digitalizzare
La tecnologia non è fine a se stessa. L’obiettivo sono gli uomini. Digitalizzare le attività che vengono svolte in azienda, contabili, produttive o commerciali, significa liberare le persone da attività di basso profilo e metterle nelle condizioni di poter esprimere al meglio il loro potenziale. Proprio perché nelle imprese artigiane le persone sono poche, devono valere molto e portare il maggior valore possibile all’azienda. Analizzare, comprendere, inventare, immaginare, creare relazioni, prendere decisioni e fare scelte. Questo devono fare le persone. Il resto lasciamolo fare a macchine, computer e alla rete.
E’ questo il vero valore nell’investire nel digitale. Il capitale umano della nostra impresa.
Ma ce n’è anche un altro: registrare, catalogare e analizzare la mole di dati e informazioni che ogni giorno vengono creati fuori e dentro l’azienda. Quante cose nuove si possono scoprire analizzando e mettendo in relazione questi dati.

La terza corda: comunicare
Oggi comunicare è una questione vitale. Per me la forma più efficace di comunicare è raccontare.
Raccontare la propria storia e la propria identità all’interno dell’azienda (soci, dipendenti e collaboratori) per coinvolgere, legare a sé, rendere partecipi, creare comunità, e all’esterno (clienti, partner, fornitori, istituzioni, territorio, consumatori) per attirare, incuriosire, affascinare.
Perché le persone pensano e agiscono col cuore più che con la mente e le storie vanno dritte a cuore.

Pensare ai propri prodotti come il risultato di un incredibile intreccio di fili, di storie, di paesi, di persone, di climi, eventi, persone. Ogni prodotto allora porta dentro di sé molte storie da raccontare.
E sono queste storie a conferirgli una sua “identità” azzardo anche una sua “personalità”. Il prodotto smette di essere anonimo articolo da scaffale e torna ad essere artefatto artigiano.

La quarta corda: innovare modello di impresa
Questa è una grande sfida. Armarsi di immaginazione e coraggio e ripensare il proprio modo di fare azienda. Perché oggi le persone cercano, acquistano, pagano prodotti in modalità del tutto diverse rispetto a solo 5 anni fa.
Per un artigiano significa:
– Tornare alle origini, riscoprire l’arte del fare per “fare a regola d’arte”, riappropriandosi di gesti, metodi antichi, macchinari e attrezzature di un tempo. Ricomporre l’antica frattura tra artigiano e artista e tornare a creare oggetti originali e unici.
– Scommettere nelle nuove tecnologie, per aprire la propria bottega artigiana sulla via virtuale della rete, perché è lì che passa la gente ora, e per innovare processi o fasi produttive introducendo nuovi modi di produrre (pensiamo a quante nuove possibilità sta aprendo il movimento dei makers e dei fablab per esempio)

Artista-artigiano ma anche imprenditore digitale per ricercare la Qualità.
Dice Robert Pirsig nel suo libro “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”:
Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto. Questo perché le tue decisioni, fatte tenendo conto della Qualità, cambiano anche te. Meglio: non solo cambiano anche te e il lavoro, ma cambiano anche gli altri, perché la Qualità è come un’onda. Quel lavoro di Qualità che pensavi nessuno avrebbe notato viene notato eccome, e chi lo vede si sente un pochino meglio: probabilmente trasferirà negli altri questa sua sensazione e in questo modo la Qualità continuerà a diffondersi”.

Quale sarà il tuo scudo di Achille?


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