Filiere Civili e comunità di imprese

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Gianluca Mazza Gestione Digitale 14 Novembre 2019 Leave a reply

In un precedente articolo ho parlato del capitale umano di filiera.

L’articolo termina con questa frase di Adriano Olivetti:

“La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta”.

(Discorso di Adriano Olivetti per l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, 23 aprile 1955)

E con la domanda se potesse essere la filiera il modo nuovo di mantenere vivo questo sogno.

Adriano Olivetti

La domanda è tornata a galla, durante le prime giornate del corso sulla valutazione d’impatto, organizzato dalla Scuola di Economia Civile e poi nel leggere alcuni articoli e interventi del prof. Stefano Zamagni.

Al corso si approfondiscono temi come i beni comuni, i beni intangibili e il valore, innovazione sociale ed outcome, fiducia e reciprocità.

Più mi addentravo nella giornata e più mi rendevo conto di come il nostro progetto sulle filiere trasparenti e responsabili, trovasse il suo posto in questa visione più generale di economia “civile”, che dà senso e fondamento teorico, inserendolo in una più ampiavisione di rinnovamento del modo di fare economia, di produrre beni e servizi e di consumare e gestire risorse.

Vorrei quindi azzardare il termine “Filiere Civili”.

Filiera Civile: un termine che arriva da lontano

Per spiegare il termine “civile” torno a quanto ci hanno spiegato al corso, cioè la differenza tra polis greca e Civitas latina.

La Polis greca è una società esclusiva, i cui cittadini sono legati dalla stessa origine, hanno radici comuni. E’ quindi un’organizzazione che non si allarga, che non cresce, che tende a chiudersi e a difendere la propria identità.

La Civitas latina è invece una società inclusiva, in cui cittadini sono differenti per religione, cultura ed etnia. A differenza della polis è un’organizzazione aperta, sempre mobile, dinamica, perché basata sul fine comune invece che sull’origine comune.

Per chi vuole approfondire il tema consiglio questo articolo online del Prof. Umberto Curi; per approfondire invece cosa è l’economia civile potete andare al sito della Scuola di economia civile, oppure guardando questo video:

“Verso un’economia civile: sogno o realtà?” di Stefano Zamagni

Da impresa a filiera

Olivetti, nella citazione qui sopra, indica (uso l’indicativo in quanto è ancora attuale questo discorso) la necessità di un tipo di comunità nuova, con fini comuni e condivisi.

Io interpreto questa intuizione in questo modo: l’elaborazione teorica e l’applicazione pratica nel campo della responsabilità sociale, della sostenibilità e più in generale dell’etica in economia, devono spostare il loro focus dall’azienda ad un nuovo soggetto, la filiera di aziende appunto, se vogliono ancora essere in grado di comprendere le cause dei problemi ed essere strumenti utili per un reale cambiamento verso una ”ecologia integrale”, (il termine l’ho preso dall’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco).

E’ prima di tutto una questione di sguardo.

Come dice Alessandro Baricco quando parla dell’animale nel suo saggio “I Barbari”:

“Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda. E’ ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l’animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere”.

Oggi un’azienda è sempre più identificata con la sua filiera produttiva, come se fosse la parte emersa e visibile di un’unica organizzazione per lo più nascosta, proprio come un iceberg.

La conseguenza è che le aziende di una filiera devono ripensare sé stesse, la propria identità, includendo (nel senso forte già spiegato prima quando si parlava di Civitas) la filiera di cui fanno parte.

Capite bene che non è un problema di ottimizzazione ed efficientamento. Non è nemmeno una questione legale e contrattuale: il tema della filiera tocca nel proprio essere l’idea stessa di impresa.

E’ un problema di identità e di fini comuni.

La questione è molto attuale perché ci si sta rendendo conto che, solo operando in termini di filiera, è possibile affrontare le sfide poste dalla moderna economia globalizzata e considerare l’impatto complessivo (positivo o negativo) di un prodotto.

Mckinsey ha recentemente calcolato in una ricerca sulle filiere sostenibili che l’80% delle emissioni di CO2 e più del 90% dell’impatto su aria, terra acqua, biodiversità e risorse naturali  di un’azienda è imputabile proprio alla sua filiera.

La comunità di filiera

E’ quindi la filiera il nuovo soggetto economico da analizzare. Già, ma di quale filiera parliamo?

Propongo una suddivisione delle filiere in tre categorie in base al contenuto di ciò che viene scambiato e condiviso:

  1. Solo prodotti: Sono filiere in cui le relazioni tra le aziende si limitano all’acquisto e vendita di beni e servizi. Le aziende, tendenzialmente non condividono informazioni,si relazionano come clienti e fornitori ed ognuno cerca di massimizzare il proprio interesse attraverso la contrattazione. Di solito qui il focus è sul prezzo.
  2. Prodotti e informazioni: Sono filiere che condividono dati e informazioni hanno l’obiettivo di ottimizzare e rendere più efficiente la catena di approvvigionamento: giacenze, ordini acquisto, lotti e tempi di riordino, distinte base, controllo qualità e così via. I fornitori diventano partner e condividono budget ed obiettivi produttivi e logistici. Qui il focus è sulla qualità.
  3. Prodotti, informazioni e intangibili: Sono filiere di aziende che decidono di condividere anche i capitali intangibili come persone e relazioni, conoscenze e abilità, organizzazione e valori aziendali. La filiera di fatto prende sempre più la forma di un’azienda distribuita con un’unica visione e fini comuni e condivisi.

E’ forse una suddivisione un po’ arbitraria, ma rende l’idea.

Le differenze

La grande differenza tra le prime due categorie e la terza è che nelle prime due le aziende mantengono la propria identità, la propria visione e collaborano tra loro in modo da minimizzare costi ritardi e sprechi.

La terza categoria presenta un tipo di collaborazione che richiede una “cessione di sovranità”.

L’azienda è disposta a costruire, insieme alle altre aziende della filiera, un sistema di identità, valori e visione di filiera, ma non solo: è anche pronta a ridefinire la propria identità e visione in accordo con quella.

Attenzione: non dico “annullare” o “eliminare” la propria identità specifica, ma ripensarla, ri-aggiornarla alla luce di quella della filiera.

E’ un po’ come il processo che ha portato degli stati nazionali a costituire l’Unione Europea. E’ un processo di crescita dal basso e particolarmente adatto alla realtà italiana.

A questa terza categoria associo il concetto di “Filiera Civile”: una “comunità di imprese” che si ispira ai principi dell’Economia Civile e che basano le loro relazioni aziendali, professionali ed umane sulla fraternità.

Libertà, uguaglianza…e la fraternità?

E qui dobbiamo rifarci al concetto di “fraternità”.

La fraternità è una dei tre ideali, insieme a libertà e uguaglianza, del celebre motto diventato famoso con la Rivoluzione francese, ma è anche un principio economico proposto per primi dei Francescani già nel 1300.

Capiamo cos’è questa fraternità facendoci aiutare sempre dal prof. Zamagni:

“La solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere uguali i diseguali. Con la solidarietà tendiamo a ridurre le disuguaglianze e questa è una cosa buona…Cos’è invece la fraternità? Quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi… Il principio di fraternità consente agli uguali di esprimere in maniera diversa la propria vocazione, il proprio carisma, o piano di vita”.

Ed è proprio così che deve accadere in una Filiera Civile: ogni azienda è riconosciuta e si sente, uguale alle altre, ma nello stesso tempo è diversa perché esprime la propria identità e persegue la propria missione.

E’ in questa comunità di “uguali diversi” che prende forma e si attua il ciclo di vita del prodotto.

Una comunità così intesa è generativa. Nasce e si sviluppa un soggetto nuovo: il noi.

Una filiera di aziende che, abbiamo detto, condividono beni intangibili e che si basa sulla fraternità (e quindi sul dono, sulla gratuità, oltre che sullo scambio e sui contratti) diventa un’entità a sé, il “noi” appunto, e una risorsa comune cui possono attingere sia le aziende che la compongono, sia altri stakeholders come le comunità dei territori su cui appoggia la filiera, le istituzioni locali, nazionali e internazionali coinvolte, i consumatori finali, l’ambiente.

La Filiera Civile per trasmettere i propri valori

Lo scopo finale di una Filiera Civile è quello di fare solo bene le cose, come diceva Henry Ford nell’intervista immaginaria scritta da Italo Calvino:

“La mia ambizione non è stata solo di fare le cose. Il ferro, la lamiera, l’acciao non bastano. Le cose non sono fine a sé stesse.Era un modello d’umanità che pensavo. Non fabbricavo solo merci. Volevo fabbricare uomini!”

Quello delle Filiere Civili è un’idea astratta e molti sono i problemi tecnici, contrattuali, ma soprattutto molti i principi e le prassi da smontare e molte le sfide valoriali e ideali da affrontare.Io non sono un’economista né un sociologo e di certo non ho gli strumenti teorici per poter approfondire questo argomento.

Però questa idea delle comunità di filiera mi incuriosisce, mi appassiona e, visto il lavoro che faccio, non nego che mi interessi da vicino.

Come dice il saggio “Ogni lungo viaggio inizia con un primo passo”.

Intanto finisco il corso sulla valutazione d’impatto proposto dalla Scuola di Economia Civile. Vediamo dove mi porteranno questi primi passi.


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