Gestione Digitale

La mutualità di filiera

Durante il convegno organizzato il 30 novembre scorso da Il quinto ampliamento (http://ilquintoampliamento.it/) mi sono appuntato due parole:

Interdipendenza e mutualità

Si parlava dell’indentità e del ruolo futuro delle imprese per la promozione di un nuovo modello economico, partendo dalle esperienze attuali delle società benefit e delle BCorp, e dell’evoluzione del rapporto tra mondo profit e mondo noprofit.

La prima parola è emersa dal racconto dell’esperienza della Cooperativa di Consumo e Mutua Assistenza Borgo Po e Decoratori di Torino (importante motore di innovazione sociale e ottima trattoria tipica piemontese e se volete saperne di più https://www.facebook.com/ristoranteImbianchini/).

L’altra parola viene dai commenti alla dichiarazione di interdipendenza delle società BCorp

Da un po’ di tempo ho il pensiero fisso sulle filiere di aziende e queste due parole sintetizzano molto bene l’idea di Filiera Civile.

Due parole preziose donate così, con semplicità e gratuità, e capaci insieme di riassumere efficacemente ciò che avevo in testa.

D’altronde il titolo dell’evento era “Il dono della sintesi”

Parto dalla parola “interdipendenza”.

L’ultimo punto della dichiarazione BCorp dice:

 “Fare ciò richiede che agiamo con la consapevolezza che ciascuno di noi dipende dall’altro e perciò responsabili l’uno dell’altro e verso delle future generazioni”.

Generalizzando, ciascuna azienda di una filiera (o di una rete) è chiamata a riconoscere che dipende dalle altre aziende e che le altre aziende dipendono da lei.

Questo chiama in causa il concetto di restituzione da una parte (se ciò che sono lo devo anche a voi, il minimo che posso fare è restituire parte del valore che creo) e di responsabilità dall’altra ( se ciò che siete dipende anche da me, faccio la mia parte e mi prendo cura di voi), che insieme si possono riassumere in un’unica parola: reciprocità, che è uno dei concetti forti alla base dell’economia civile e di cui ho accennato nell’articolo precedente: https://www.attividigitali.com/gestione-digitale/la-filiera-civile-e-comunita-di-imprese/

La consapevolezza dell’interdipendenza delle imprese di una filiera porta al concetto di mutualità di filiera: il prendersi cura gli uni degli altri.

Perché non immaginare che una filiera civile, cioè una comunità di imprese, non possa essere un soggetto che si “prende cura” delle aziende (e delle persone che lavorano nelle aziende) che sono parte della filiera?

Non solo attraverso strumenti finanziari e commerciali, ma anche offrendo formazione, crescita culturale e welfare aziendale.

Allargando lo sguardo, l’interdipendenza chiama in causa anche territori, comunità, istituzioni, ambiente ed altri stakeholder senza i quali le aziende, e di conseguenza la filiera, non potrebbero esistere e svilupparsi.

E perché non pensare di coinvolgere anche gli stakeholders in questo nuovo soggetto filiera?

Sarebbe un ambito in cui il no profit potrebbe concretamente contribuire alla qualità di vita e al benessere delle persone che lavorano nelle aziende della filiera. Sono molti i modi in cui organizzazioni no profit possono collaborare con le aziende della filiera per il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie. Ma anche molti i modi con cui le aziende possono aiutare le organizzazioni no profit a migliorare la qualità della vita delle comunità e dei territori.

Si creerebbe un soggetto giuridico capace di dare alla filiera una visione unica e governarla e di includere gli stakeholder nella governance.

L’incontro ieri si è tenuto alla “Ditta”, la Olivetti. e voglio concludere con una frase di Nico Osella (50 anni in Olivetti) che quel giorno ho avuto il piacere e l’onore di incontrare al “Museo Tecnologicamente” di Ivrea. Era lì per caso e c’ero solo io a visitare il museo e quindi mi ha condotto in una esperienza speciale ed emozionante

Nico Osella ha scritto un libro sulla sua vita in Olivetti (http://olivettiana.it/vita-in-olivetti-osella/)

e alla fine scrive:

Siamo stati educati ad apprezzare la bellezza attraverso lo stile che ha sempre caratterizzato la Olivetti dalla progettazione e dal design dei prodotti, alle fabbriche, alle case per i lavoratori fino alla cultura diffusa tra i dipendenti. L’esperienza di Adriano Olivetti ha dimostrato chiaramente che coniugare strettamente l’impegno sociale con la gestione efficiente dell’impresa non è affatto utopia, ma crea produttività, innovazione e produzione di ricchezza”.

In un mondo sempre più piccolo e connesso non saranno più singole aziende, ma le filiere civili i nuovi soggetti che si faranno carico di portare avanti la bellezza del sogno di Olivetti.

Filiere Civili e comunità di imprese

adriano-olivetti-filiera-civile
Gianluca Mazza Gestione Digitale 14 Novembre 2019 Leave a reply

In un precedente articolo ho parlato del capitale umano di filiera.

L’articolo termina con questa frase di Adriano Olivetti:

“La fabbrica di Ivrea pur agendo in un mezzo economico e accettandone le regole ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale, sociale del luogo ove fu chiamata ad operare, avviando quella regione verso un tipo di comunità nuova ove non sia più differenza sostanziale di fini tra i protagonisti delle sue umane vicende, della storia che si fa giorno per giorno per garantire ai figli di quella terra un avvenire, una vita più degna di essere vissuta”.

(Discorso di Adriano Olivetti per l’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, 23 aprile 1955)

E con la domanda se potesse essere la filiera il modo nuovo di mantenere vivo questo sogno.

Adriano Olivetti

La domanda è tornata a galla, durante le prime giornate del corso sulla valutazione d’impatto, organizzato dalla Scuola di Economia Civile e poi nel leggere alcuni articoli e interventi del prof. Stefano Zamagni.

Al corso si approfondiscono temi come i beni comuni, i beni intangibili e il valore, innovazione sociale ed outcome, fiducia e reciprocità.

Più mi addentravo nella giornata e più mi rendevo conto di come il nostro progetto sulle filiere trasparenti e responsabili, trovasse il suo posto in questa visione più generale di economia “civile”, che dà senso e fondamento teorico, inserendolo in una più ampiavisione di rinnovamento del modo di fare economia, di produrre beni e servizi e di consumare e gestire risorse.

Vorrei quindi azzardare il termine “Filiere Civili”.

Filiera Civile: un termine che arriva da lontano

Per spiegare il termine “civile” torno a quanto ci hanno spiegato al corso, cioè la differenza tra polis greca e Civitas latina.

La Polis greca è una società esclusiva, i cui cittadini sono legati dalla stessa origine, hanno radici comuni. E’ quindi un’organizzazione che non si allarga, che non cresce, che tende a chiudersi e a difendere la propria identità.

La Civitas latina è invece una società inclusiva, in cui cittadini sono differenti per religione, cultura ed etnia. A differenza della polis è un’organizzazione aperta, sempre mobile, dinamica, perché basata sul fine comune invece che sull’origine comune.

Per chi vuole approfondire il tema consiglio questo articolo online del Prof. Umberto Curi; per approfondire invece cosa è l’economia civile potete andare al sito della Scuola di economia civile, oppure guardando questo video:

“Verso un’economia civile: sogno o realtà?” di Stefano Zamagni

Da impresa a filiera

Olivetti, nella citazione qui sopra, indica (uso l’indicativo in quanto è ancora attuale questo discorso) la necessità di un tipo di comunità nuova, con fini comuni e condivisi.

Io interpreto questa intuizione in questo modo: l’elaborazione teorica e l’applicazione pratica nel campo della responsabilità sociale, della sostenibilità e più in generale dell’etica in economia, devono spostare il loro focus dall’azienda ad un nuovo soggetto, la filiera di aziende appunto, se vogliono ancora essere in grado di comprendere le cause dei problemi ed essere strumenti utili per un reale cambiamento verso una ”ecologia integrale”, (il termine l’ho preso dall’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco).

E’ prima di tutto una questione di sguardo.

Come dice Alessandro Baricco quando parla dell’animale nel suo saggio “I Barbari”:

“Sarebbe come cercare di capire il movimento di un animale studiando solo le zampe anteriori, o la coda. E’ ovvio che, una volta isolato, qualsiasi segmento del corpo risulta fragile, immotivato, e perfino ridicolo. Ma è il movimento armonico di tutto l’animale, che bisognerebbe essere capaci di vedere”.

Oggi un’azienda è sempre più identificata con la sua filiera produttiva, come se fosse la parte emersa e visibile di un’unica organizzazione per lo più nascosta, proprio come un iceberg.

La conseguenza è che le aziende di una filiera devono ripensare sé stesse, la propria identità, includendo (nel senso forte già spiegato prima quando si parlava di Civitas) la filiera di cui fanno parte.

Capite bene che non è un problema di ottimizzazione ed efficientamento. Non è nemmeno una questione legale e contrattuale: il tema della filiera tocca nel proprio essere l’idea stessa di impresa.

E’ un problema di identità e di fini comuni.

La questione è molto attuale perché ci si sta rendendo conto che, solo operando in termini di filiera, è possibile affrontare le sfide poste dalla moderna economia globalizzata e considerare l’impatto complessivo (positivo o negativo) di un prodotto.

Mckinsey ha recentemente calcolato in una ricerca sulle filiere sostenibili che l’80% delle emissioni di CO2 e più del 90% dell’impatto su aria, terra acqua, biodiversità e risorse naturali  di un’azienda è imputabile proprio alla sua filiera.

La comunità di filiera

E’ quindi la filiera il nuovo soggetto economico da analizzare. Già, ma di quale filiera parliamo?

Propongo una suddivisione delle filiere in tre categorie in base al contenuto di ciò che viene scambiato e condiviso:

  1. Solo prodotti: Sono filiere in cui le relazioni tra le aziende si limitano all’acquisto e vendita di beni e servizi. Le aziende, tendenzialmente non condividono informazioni,si relazionano come clienti e fornitori ed ognuno cerca di massimizzare il proprio interesse attraverso la contrattazione. Di solito qui il focus è sul prezzo.
  2. Prodotti e informazioni: Sono filiere che condividono dati e informazioni hanno l’obiettivo di ottimizzare e rendere più efficiente la catena di approvvigionamento: giacenze, ordini acquisto, lotti e tempi di riordino, distinte base, controllo qualità e così via. I fornitori diventano partner e condividono budget ed obiettivi produttivi e logistici. Qui il focus è sulla qualità.
  3. Prodotti, informazioni e intangibili: Sono filiere di aziende che decidono di condividere anche i capitali intangibili come persone e relazioni, conoscenze e abilità, organizzazione e valori aziendali. La filiera di fatto prende sempre più la forma di un’azienda distribuita con un’unica visione e fini comuni e condivisi.

E’ forse una suddivisione un po’ arbitraria, ma rende l’idea.

Le differenze

La grande differenza tra le prime due categorie e la terza è che nelle prime due le aziende mantengono la propria identità, la propria visione e collaborano tra loro in modo da minimizzare costi ritardi e sprechi.

La terza categoria presenta un tipo di collaborazione che richiede una “cessione di sovranità”.

L’azienda è disposta a costruire, insieme alle altre aziende della filiera, un sistema di identità, valori e visione di filiera, ma non solo: è anche pronta a ridefinire la propria identità e visione in accordo con quella.

Attenzione: non dico “annullare” o “eliminare” la propria identità specifica, ma ripensarla, ri-aggiornarla alla luce di quella della filiera.

E’ un po’ come il processo che ha portato degli stati nazionali a costituire l’Unione Europea. E’ un processo di crescita dal basso e particolarmente adatto alla realtà italiana.

A questa terza categoria associo il concetto di “Filiera Civile”: una “comunità di imprese” che si ispira ai principi dell’Economia Civile e che basano le loro relazioni aziendali, professionali ed umane sulla fraternità.

Libertà, uguaglianza…e la fraternità?

E qui dobbiamo rifarci al concetto di “fraternità”.

La fraternità è una dei tre ideali, insieme a libertà e uguaglianza, del celebre motto diventato famoso con la Rivoluzione francese, ma è anche un principio economico proposto per primi dei Francescani già nel 1300.

Capiamo cos’è questa fraternità facendoci aiutare sempre dal prof. Zamagni:

“La solidarietà è il principio di organizzazione sociale che tende a rendere uguali i diseguali. Con la solidarietà tendiamo a ridurre le disuguaglianze e questa è una cosa buona…Cos’è invece la fraternità? Quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di essere diversi… Il principio di fraternità consente agli uguali di esprimere in maniera diversa la propria vocazione, il proprio carisma, o piano di vita”.

Ed è proprio così che deve accadere in una Filiera Civile: ogni azienda è riconosciuta e si sente, uguale alle altre, ma nello stesso tempo è diversa perché esprime la propria identità e persegue la propria missione.

E’ in questa comunità di “uguali diversi” che prende forma e si attua il ciclo di vita del prodotto.

Una comunità così intesa è generativa. Nasce e si sviluppa un soggetto nuovo: il noi.

Una filiera di aziende che, abbiamo detto, condividono beni intangibili e che si basa sulla fraternità (e quindi sul dono, sulla gratuità, oltre che sullo scambio e sui contratti) diventa un’entità a sé, il “noi” appunto, e una risorsa comune cui possono attingere sia le aziende che la compongono, sia altri stakeholders come le comunità dei territori su cui appoggia la filiera, le istituzioni locali, nazionali e internazionali coinvolte, i consumatori finali, l’ambiente.

La Filiera Civile per trasmettere i propri valori

Lo scopo finale di una Filiera Civile è quello di fare solo bene le cose, come diceva Henry Ford nell’intervista immaginaria scritta da Italo Calvino:

“La mia ambizione non è stata solo di fare le cose. Il ferro, la lamiera, l’acciao non bastano. Le cose non sono fine a sé stesse.Era un modello d’umanità che pensavo. Non fabbricavo solo merci. Volevo fabbricare uomini!”

Quello delle Filiere Civili è un’idea astratta e molti sono i problemi tecnici, contrattuali, ma soprattutto molti i principi e le prassi da smontare e molte le sfide valoriali e ideali da affrontare.Io non sono un’economista né un sociologo e di certo non ho gli strumenti teorici per poter approfondire questo argomento.

Però questa idea delle comunità di filiera mi incuriosisce, mi appassiona e, visto il lavoro che faccio, non nego che mi interessi da vicino.

Come dice il saggio “Ogni lungo viaggio inizia con un primo passo”.

Intanto finisco il corso sulla valutazione d’impatto proposto dalla Scuola di Economia Civile. Vediamo dove mi porteranno questi primi passi.

Cinzia e il diluvio digitale

Gianluca Mazza Gestione Digitale 15 Ottobre 2018 Leave a reply

Non so se ve ne siete accorti. ma a quanto pare il mondo sta per affrontare un diluvio digitale. Ogni giorno le notizie su eventi naturali disastrosi e eccezionali si incrociano con quelle di aziende che affondano sotto il peso della loro pesante arretratezza. Il mondo sta cambiando ed il diluvio è in arrivo. Solo le aziende mutanti, quelle con le branchie non troveranno difficoltà anzi staranno bene nel nuovo mondo acquatico (per prendere a prestito un’immagine di Baricco). Altre sopravviveranno grazie all’Arca, ma saranno dei naufraghi che cercano di sopravvivere nel nuovo mondo.

E così si moltiplicano gli appelli, a volte preoccupati a volte minacciosi. a far presto, investire, cambiare, innovare.

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Lettera aperta alle PMI in difficoltà

Gianluca Mazza Gestione Digitale 6 Giugno 2018 Leave a reply

Cara PMI,

è da molto tempo che desideravo scriverti ma non ho mai trovavo le parole giuste. Quando qualcuno attraversa una fase difficile della propria vita (a volte decisiva), non si sa come comportarsi e come comunicare correttamente ciò che si prova e pensa. Si rischia di eccedere nella passione e quindi cadere nella commiserazione, oppure di mostrare formale partecipazione, che è a dire fredda indifferenza.

Sono convinto che spesso, di fronte alla sofferenza, sia il silenzio la scelta migliore. È vero, ma se unito alla vicinanza fisica. Io invece sono lontano e desidero mettermi in contatto con te, entrare in relazione.

Ci provo ora, vincendo dubbi e ritrosie, attraverso questa lettera.

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Il capitale umano di una filiera

capitale umano filiera
Gianluca Mazza Gestione Digitale 7 Maggio 2018 Leave a reply

La grandezza di un mestiere sta forse, prima di tutto, proprio nella capacità di rinsaldare i legami tra gli uomini: l’unico vero lusso sono le relazioni umane.

Così scriveva l’autore de Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry, nel suo bellissimo libro “Terra degli uomini”.

Le relazioni umane sono un lusso e veicolano una grande ricchezza, che chiamiamo “capitale umano”.

L’OCSE lo ha definito così:

le conoscenze, le abilità, le competenze e gli altri attributi degli individui che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico.

Questo è un patrimonio che ogni azienda può conoscere, custodire, accrescere.

Proviamo ora a sostituire due parole nella definizione OCSE:

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